I data broker raccolgono i nostri dati

  • da Itmanager.it del 13 febbraio 2021 – “I data broker si occupano di recuperare online dati e informazioni per poi elaborarli, interpretarli e analizzarli. L’obiettivo è vendere o scambiare questi dati con aziende terze interessate a profilare gli utenti della rete per meglio individuare chi rientra nel target della propria attività. E capire così a chi inviare determinate pubblicità o suggerire prodotti specifici. Si genera quindi un vero e proprio mercato dei Big Data, dove gli attori coinvolti sono i data broker – con il ruolo di intermediari finanziari – le aziende che hanno un’attività di tipo commerciale e gli investitori pubblicitari. I data broker non entrano in contatto diretto con gli utenti dai quali raccolgono le informazioni e spesso queste persone sono del tutto ignare di essere – in quel momento – oggetto di analisi“.

I data broker – chiamati anche information broker o data provider – sono entità che direttamente raccolgono dati sensibili o li acquistano da altre aziende per rivenderli.

È un’attività che ha principalmente finalità di marketing e agisce, nella maggior parte dei casi, nel pieno rispetto delle leggi a tutela della privacy e delle norme del GDPR.

Cosa fa un data broker

I data broker si occupano di recuperare online dati e informazioni per poi elaborarli, interpretarli e analizzarli.
L’obiettivo è vendere o scambiare questi dati con aziende terze interessate a profilare gli utenti della rete per meglio individuare chi rientra nel target della propria attività.
E capire così a chi inviare determinate pubblicità o suggerire prodotti specifici.

Si genera quindi un vero e proprio mercato dei Big Data, dove gli attori coinvolti sono i data broker – con il ruolo di intermediari finanziari – le aziende che hanno un’attività di tipo commerciale e gli investitori pubblicitari.

I data broker non entrano in contatto diretto con gli utenti dai quali raccolgono le informazioni e spesso queste persone sono del tutto ignare di essere – in quel momento – oggetto di analisi.

Che dati raccolgono?

Il primo passo da capire è che qualsiasi azione un utente faccia online lascia una traccia: che sia l’inserimento di una parola in un motore di ricerca, l’acquisto di un prodotto tramite e-commerce, l’iscrizione a un gruppo su Facebook o la condivisone di un post.

Tutte queste informazioni all’apparenza banali sono in realtà molto preziose e costituiscono la fetta principale dei dati che vengono raccolti.
Per chi lavora nel settore sono infatti facilmente reperibili e vanno ad aggiungersi alle informazioni più personali che ci riguardano in prima persona. Tra queste troviamo:

  • Nome e cognome
  • Sesso
  • Età
  • Indirizzo email
  • Numero di telefono
  • Indirizzo di residenza

In più ci sono da ricordare tutti quei dati considerati riservati, ma che invece si trovano liberamente in database “pubblicamente disponibili”. Parliamo ad esempio: dell’Agenzia delle Entrate, il Catasto, il Registro delle Imprese ecc.

Infine sono sempre più numerose le applicazioni gratuite che, una volta installate sul telefono, chiedono il consenso per registrare la posizione del dispositivo, scaricare la rubrica o raccogliere altri dati relativi all’utente. Una pratica ostacolata – soprattutto da Apple – ma che esiste e funziona per raccogliere dati.

Le fonti utilizzate, quindi, sono tante ed estremamente diverse tra loro proprio per permettere ai data broker di disporre di informazioni il più dettagliate e affidabili possibile.

A cosa servono i dati

Dopo aver raccolto i dati, i data broker li rielaborano per creare delle categorie di profili raggruppati in base a diversi criteri.

Possono, per esempio, elaborare dei pacchetti di utenti suddivisi per fasce di età, oppure individuare persone accomunate dagli stessi interessi (come abbigliamento sportivo o prodotti per il corpo) o ancora delineare i profili che dispongono di un certo tipo di reddito e che quindi possono potenzialmente permettersi un determinato livello di spesa.

Le informazioni così organizzate vengono poi vendute alle aziende che possono utilizzarle a proprio vantaggio.
Lo scopo principale di questa attività è quindi legato al marketing: grazie ai dati si capisce chi è maggiormente propenso all’acquisto e a chi conviene suggerire inserzioni pubblicitarie.

Dietro la raccolta di dati, però, c’è anche un obiettivo secondario: è infatti molto utile per compiere indagini e fare studi di settore non particolarmente invasivi.
Una pratica che mette in luce comportamenti e caratteristiche non solo dei consumatori, ma anche di società ed enti non fisici.

Non sempre, infatti, sono i privati l’oggetto dell’analisi, spesso sono le attività e le aziende a finire nel mirino dei data broker.

I data broker raccolgono dati soprattutto per profilare gli utenti con finalità di marketing.

È importante tutelare la privacy

L’attività dei data broker è in linea con le leggi a tutela della privacy e le norme del GDPR?

Le informazioni raccolte, come abbiamo detto, provengono sempre da fonti pubbliche e accessibili, per questo sembrerebbe assolutamente lecito ricavarle e conservarle.
A maggior ragione se i dati arrivano da post o azioni compiute attraverso i Social Network, dove l’utente è pienamente consapevole di essere esposto a un pubblico e visibile da chiunque.

Bisogna però fare una precisazione: i dati sì, sono accessibili, ma non possono mai essere usati per scopi differenti da quelli originari.
Entra in gioco infatti il “principio di finalità” previsto dal GDPR, che sancisce che ogni informazione personale possa essere raccolta solo per “finalità determinate, esplicite e legittime, e successivamente trattata in modo che non sia incompatibile con tali finalità”.

Ciò significa che un’azienda può avere l’interesse legittimo a conoscere gli interessi dei potenziali consumatori, ma non può in nessun caso monitorarne i comportamenti – sia online che offline – senza previo consenso.

I data broker possono quindi svolgere la propria attività nel pieno rispetto della legge, assicurandosi però di informare gli utenti e chiedendo l’autorizzazione a trattare dati sensibili.
In più devono impegnarsi ad essere il più possibile trasparenti e:

  • Avere la certezza che all’utente sia chiaro cosa si sta comunicando (nella maggior parte dei casi le persone ignorano di essere monitorate e di aver acconsentito al trattamento dei dati).
  • Spiegare nel dettaglio quali sono le finalità e i motivi per cui si vogliono raccogliere i dati.
  • Garantire sicurezza e il totale rispetto della privacy.
  • Dichiarare se i dati verranno poi ceduti o venduti ad aziende terze.

Inoltre è consigliabile permettere all’utente di esprimere preferenze, adottando un form in cui si possa scegliere tra varie opzioni e indicare esattamente a cosa dare il consenso e a cosa no.

Come si diventa data broker?

Chi lavora come data broker ha a che fare ogni giorno con algoritmi, numeri e statistiche.
Per questo è un tipo di professione particolarmente adatta a chi studia Matematica o Economia e ha una forte passione per l’analisi.

Per intraprendere la carriera di data broker è quindi consigliabile iscriversi a una facoltà di questo tipo e poi proseguire specializzandosi con corsi appositi.
In questo modo si imparerà a selezionare i dati – sfruttando anche l’Intelligenza Artificiale e tecniche di Machine Learning e Deep Learning – rielaborarli e organizzarli in report utili e perfettamente leggibili.

Bisogna inoltre saper usare programmi specifici come Phyton, R e VBA e conoscere a fondo ogni normativa riguardante la privacy.

Infine è importante considerare l’aspetto etico: chi svolge questa attività segue leggi precise, ma spesso è criticato e accusato di compiere azioni immorali o disoneste.

Una volta avviata la professione, si può poi decidere di specializzarsi in un particolare settore. Ecco i principali:

  1. Data broker per il marketing e la pubblicità: raccolgono informazioni e profilano gli utenti con finalità pubblicitarie. Utili per le aziende che vogliono individuare il target a cui inviare annunci e campagne mirate.
  2. Data broker per l’individuazione di frodi: raccolgono informazioni solitamente per conto di banche, operatori di telefonia mobile e agenzie di assicurazioni. Si accertano che una persona abbia realmente determinate credenziali, in modo da evitare di concedere prestiti a potenziali truffatori.
  3. Data broker per la riduzione dei rischi: raccolgono informazioni per profilare le persone e permettere di capire il grado di rischio nell’accordare un prestito o un certo tipo di assicurazione. Per esempio si possono analizzare gli acquisti e capire se una persona ha più o meno probabilità di indebitarsi, o ancora si possono individuare i comportamenti che indicano uno stile di vita sano e capire se si è inclini ad ammalarsi o no.

Un impiego come data broker è quindi molto richiesto e può rivelarsi una scelta professionale redditizia.
I Big Data infatti – grazie alla digitalizzazione e l’enorme ruolo che la tecnologia ha nelle nostre vite – sono considerati “il nuovo petrolio” e ritenuti assolutamente necessari per far funzionare infinite attività.

https://itmanager.space/data-broker-cosa-fanno/